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La Motivazione: l’ingrediente K del lavoro quotidiano

Il lavoratore è motivato o va motivato?
È come chiedersi se nasce prima l’uovo o la gallina.
Un bravo lavoratore di qualsiasi ordine e grado, qualsiasi mansione espleti, deve possedere - e mantenere  - un elevato grado di motivazione per portare un elevato contributo nell’impresa in cui opera.

Per fare questo ciascuno necessiterà anche del sostegno dell’ambiente in cui lavora, del suo capo, del suo team, in un circolo virtuoso in cui si scambia e accresce valore aggiunto.
Come dire: un po' di motivazione ce la portiamo tutti, evitiamo di lamentarci, cerchiamo di fare del nostro meglio, anche con allegria! Creando un ambiente positivo, è lapalissiano, stiamo tutti meglio. Poi l'azienda contribuisce con le leve che le sono date.

Ma cos’è la motivazione?
Semplificando si può dire che la motivazione è l'espressione dei motivi che inducono un individuo a compiere o tendere verso una determinata azione.
In senso più profondo parliamo normalmente di motivazione intendendo il livello di tensione emotiva positiva, di propensione gioiosa, di stimolo attivo a eseguire un compito o una serie di azioni, dall’alzarsi alla mattina, all’affrontare la giornata con lo spirito giusto, dal chiamare un cliente per una trattativa a redigere un contratto, dall’aggiustare un tornio al creare una campagna pubblicitaria, dallo stendere un progetto al varare una nave.


Varie e composite sono le teorie sulla motivazione, dalla celeberrima piramide dei bisogni di Maslow alle tre motivazioni fondamentali di McClelland:
- Il bisogno del successo
- Il bisogno di appartenenza
- Il bisogno di potere

Nel lavoro i bisogni che necessitano di appagamento sono molteplici e il loro ordinamento in chiave di importanza varia sempre da persona a persona.

C’è chi lavora – o dice di lavorare – principalmente per la paga, chi dà molta importanza alla crescita e alla formazione personali; chi ambisce a fare carriera, chi ricerca il riconoscimento e la stima del capo e/o dei propri pari.
C’è chi ama un lavoro ben fatto e trae soddisfazione dal pezzo finito e chi vuole il proprio nome sul giornale.
In realtà per quasi tutti conta un mix fatto almeno di una parte di tornaconto economico e di una parte di stima. Questi sono due fondamentali. Senza soldi un lavoro si chiama hobby. Senza stima, c’è abbrutimento o alienazione.

Un bravo leader, un buon capo non può mancare di gratificare le persone sotto questi due profili.
I modi per farlo sono tantissimi – l’importante è ricordarsene e farlo periodicamente, altrimenti la motivazione cade.
Un leader vincente sarà bravo a identificare le chiavi giuste per valorizzare nel modo più appropriato i collaboratori, specie i più importanti.

È inutile, se non dannoso, infatti, dare gloria a chi cerca successo economico e dare soldi a chi vuole stima.

Un’altra cosa da non dimenticare è che una gratificazione di un tipo non si scambia con una gratificazione di ordine diverso ovvero: un aumento di stipendio non cancella una villania, specie se perpetrata pubblicamente, come non compensa lo svilimento delle competenze.

Ultima considerazione (ma non la peggiore): a che serve tutto questo, a far contenti i dipendenti?
No. Sbagliato!
A far guadagnare di più le aziende aumentando la produttività.
Dipendenti scontenti lavorano poco e male, finchè non se ne vanno. I peggiori però restano.


Chiara Tonon

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